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''Viaggiare non significa solamente uscire dai propri confini, ma entrare con rispetto in quelli altrui''
 
Culture GLI INCAS: i dominatori delle Ande
 

"Nostro padre, il Sole, vedendo gli uomini vivere miseramente, ne provò dolore e inviò dal cielo in terra un figlio e una figlia suoi affinchè li indottrinassero alla conoscenza"

 

Origini

Gli studiosi di storia precolombiana si sono sempre domandati se gli Inca fossero stati una stirpe autoctona o se fossero giunti nell’attuale Perù a seguito di una migrazione da paesi lontani. Particolari ricerche sono state indirizzate a risolvere il problema esaminando gli aspetti legati alla morfologia, all’archeologia e alla linguistica, mentre altre si sono orientate sullo studio dei miti delle origini tramandati dai cronisti spagnoli.

Esami morfologici

Già William H. Prescott, nella sua monumentale “Conquista del Perù” aveva fatto riferimento a delle differenze riscontrate tra i cranii di Inca e quelli di peruviani comuni. La sua osservazione derivava dalla lettura di “Crania americana”, un’opera del suo compatriota Samuel George Morton, uscita in Filadelfia nel 1839. Morton aveva effettuato delle accurate misurazioni dei crani delle mummie peruviane con tutt’altro scopo. Era un convinto assertore della teoria della poligenesi e tendeva a dimostrare che le razze umane non derivavano dal medesimo ceppo, inoltre riteneva che la misura del cervello determinasse il livello d’intelligenza. Tuttavia dai suoi studi emergeva che i crani di Inca differivano da quelli dei loro sudditi comuni per un angolo facciale molto più sviluppato.

Le sue osservazioni hanno alimentato per lungo tempo la convinzione che gli Inca appartenessero ad una razza estranea alle Ande, ma i moderni ricercatori hanno opposto alcune considerazioni assai penetranti. Secondo loro, le ricerche di Morton sono state effettuate su un numero troppo esiguo di reperti per poterle accettare come conclusioni generalizzate. Inoltre il professore americano non ha tenuto conto delle pratiche di deformazione del cranio, diffuse nel Perù dell’epoca, che differivano tra etnia ed etnia con risultati anche imponenti.

Sul piano della ricerca morfologica il quesito è quindi lungi dall’essere risolto, ma in un altro campo della scienza moderna sono in atto delle ricerche assai promettenti. Alcuni studiosi peruviani intendono infatti procedere alla ricostruzione del DNA degli Inca per poter effettuare degli opportuni controlli. Per poter portare a termine una valida ricostruzione è però necessaria una mummia sicuramente “inca” e solo una di quelle appartenenti all’”elite” del tempo, notoriamente dedita all’endogamia, può dare un risultato sicuro.

Le mummie dei regnanti sono però andate distrutte, anche se dalle cronache dell’epoca sappiamo che cinque di loro, tre di sovrani e due di loro consorti, sono state seppellite in un fosso dell’ospedale di Sant’Andrea di Lima. Se il ritrovamento di questi resti consentirà la ricostruzione del codice genetico degli Inca, le ricerche potranno essere eseguite, ma esiste anche un’altra possibilità.

L’ultimo sovrano Inca, Tupac Amaru è stato decapitato nel Cuzco coloniale e il suo corpo, con la testa separata, è stato inumato in una cappella della cattedrale dell’antica capitale degli Inca. Il suo sepolcro è già stato aperto in passato, ma da allora nessuno ha potuto ottenere dalle autorità ecclesiastiche il permesso di esumare la salma. Recentemente, però la studiosa spagnola María del Carmen Martín Rubio, del Consiglio Superiore delle Investigazioni Scientifiche (CSIC) ha dichiarato di aver scoperto la tomba di un altro Inca, nel convento di San Domingo del Cuzco e di aver appreso da dei documenti conservati nel convento stesso che si tratta di Paullu Inca, zio, per parte di padre, di Tupac Amaru. La sua indiscussa autorità professionale dovrebbe consentirle di effettuare quelle ricerche che ha in progetto di fare sul DNA delle spoglie dei due personaggi, per confrontarle preliminarmente tra loro e successivamente con le mummie comuni peruviane, sciogliendo così il mistero dell’origine degli Inca.

Linguaggio segreto degli Inca

Garcilaso Inca de la Vega assicura nella sua opera “Commentarios Reales” che gli Inca parlavano tra di loro una lingua segreta sconosciuta al resto del popolo. Egli attribuisce a questa informazione una certezza assoluta, asserendo di averla ricevuta da uno dei suoi parenti Inca, di nobile lignaggio, tuttavia rileva che questa lingua era ormai perduta quando egli scriveva e non cita neppure una parola a supporto delle sue affermazioni.

Bernabé Cobo ritorna sull’argomento nella sua “Historia del Nuevo Mundo” e conferma quanto detto da Garcilaso. Il gesuita sostiene di aver ricevuto informazioni in proposito dal suo informatore indigeno che cita per nome. Si tratta di Alonso Topa Atau, un nipote dell'antico sovranoHuayna Capac che gli avrebbe permesso l’accesso alle tradizioni più riservate dell’antica stirpe decaduta.

Cobo ha approfondito con il suo interlocutore i particolari della questione e dichiara di aver appreso che gli Inca consideravano questo linguaggio particolare il residuo di quello che parlavano nel luogo natio della loro stirpe. Si tratta della valle di Tampu, la stessa in cui è ubicato il sacro luogo di origine della dinastia, secondo i miti riferiti alla nascita dell’eroe primordiale Manco Capac. Cobo, conferma che al suo tempo la lingua in questione non era più in uso, ma dice che ne sussistevano alcuni vocaboli anche se non cita nessuna di queste parole.

Una ulteriore affermazione in proposito ci perviene da un altro osservatore spagnolo ancora più antico, Rodrigo Cantos de Andrada, che nella sua “Relación de la Villa Rica de Oropesa y minas de Guancavelica” del 1586, descrive la medesima attitudine degli Inca a usare tra loro un linguaggio “segreto”, affermando che l’uso di questo idioma era severamente vietato agli altri sudditi.

In mancanza di dati precisi gli studiosi di linguistica hanno elaborato diverse teorie basate sull’interpretazione di alcuni nomi di luoghi o propri di sovrani che sfuggivano ad una classificazione tradizionale e che potevano essere riferiti al linguaggio segreto degli Inca. Gli esperti si sono divisi circa la loro attribuzione al quechua o all’aymara ma le loro teorie sono rimaste tali senza raggiungere una certezza assoluta. Recentemente, la scoperta dell’opera completa di Juan de Betanzos ha permesso di recepire un breve cantare attribuito al linguaggio particolare degli Inca.

Tra gli studiosi che si sono cimentati nella sua interpretazione, Ian Szeminski ha optato per una derivazione principalmente aymarà del testo con inclusioni di altre lingue quechua e puquina. Alfredo Torero ha invece escluso il puquina di cui, tra l’altro, è un dotto investigatore. Rodolfo Cerrón-Palomino, invece, nel suo saggio “El cantar de Inca Yupanqui y la lengua secreta de los incas” ha messo in evidenza come la base del linguaggio segreto degli Inca fosse proprio il puquina.

Egli è giunto a questa conclusione, con prove irrefutabili, usando non solo le sue profonde conoscenze linguistiche, ma anche le sue esperienze di studi storici sugli Inca. Dalla sua ricostruzione emerge che gli Inca erano originari di una zona prospiciente al lago Titicaca in cui si parlava il puquina, successivamente scomparso. Abbandonata la regione si sarebbero stanziati nei pressi del Cuzco dove dominava la lingua aymarà per poi imporre a tutti i loro sudditi il quechua come lingua imperante sull’altopiano andino. Il loro linguaggio segreto sarebbe stato un arcaico puquina, dimenticato col tempo da tutti e preservato solo all’interno dell’élite.

La sua ricerca proverebbe pertanto che gli Inca sono originari di un’area estranea alla valle del Cuzco, ma collocata comunque sull’altopiano andino, nei pressi del lago Titicaca.

Ricerche archeologiche

Malgrado le promettenti premesse iniziali, l’archeologia non ha permesso di dipanare il mistero dell’origine degli Inca. Scavi approfonditi nell’area del Cuzco hanno tuttavia dimostrato che l’uso della ceramica inca appare improvvisamente su un anteriore substrato estraneo, a riprova dell’arrivo dei suoi utilizzatori, in situ, quando erano già in possesso delle necessarie tecniche artistiche e costruttive. Successive investigazioni su reperti apparentati trovati in altre aree centroamericane non hanno invece consentito di riconoscervi una origine comune essendo prevalente l’opinione di uno scambio limitato tra diverse culture.

Manufatti di natura inca, prevalentemente metallici, sono stati in effetti ritrovati in tutto il continente sudamericano, ma sono frutto di scambi o di razzie essendo i loro possessori ad un livello culturale nettamente inferiore a quello peruviano.

Si osserva al proposito che l’esistenza dell’impero inca era già nota ai Portoghesi almeno dieci anni prima della sua scoperta, grazie ai racconti degli indigeni della regione del Rio de la Plata con cui erano in contatto. Un avventuriero lusitano, Alejo García, partecipò personalmente, nel 1526, ad una spedizione effettuata dagli indigeni Guaraní a scopo di razzia giungendo, attraverso la selva, fino ai confini orientali del regno di Huayna Capac.

I miti delle origini

Il ricordo di una migrazione umana dal Centroamerica all'emisfero Sud del continente traspare in numerosi miti raccolti, dai primi colonizzatori spagnoli, già negli anni immediatamente successivi alla conquista. La maggior parte di questi racconti leggendari sono riferiti ad una indistinta umanità senza distinguere tra le differenti razze, ma alcuni sono specifici di particolari zone geograficamente circoscritte. È questo il caso del suggestivo mito di Naymlap raccolto daCabello de Balboa che ipotizza una migrazione per mare da Nord fino alle coste centrali peruviane. Si tratta di un antico cantare, molto articolato, che però non ci aiuta a sviscerare il problema delle origini degli Inca essendo attinente solo alle popolazioni della costa.

Diverso è il caso del mito tramandato da Anello Oliva nella sua "Historia del reino y provincias Perù". Anche questo racconto ha per scenario la costa peruviana, ma si riallaccia, nella parte terminale, alla nascita degli Inca. Secondo gli informatori di Oliva i primi abitatori del Perù sarebbero giunti da Nord e si sarebbero stanziati nella punta Sant'Elena il promontorio che anticipa il golfo di Guayaquil per i naviganti che giungono dall'Istmo di Panamá. Il loro re, Tumbe, promosse senza esito alcune spedizioni verso il meridione e lasciò il regno a due figli, Quitumbe e Otoya che ben presto si trovarono in disaccordo. Quitumbe abbandonò il paese con numerosi fedeli e giunse fino all'attuale cittadina di Tumbez, per fondarvi un proprio regno. Otoya invece restò nel luogo di origine, ma si dette a una vita viziosa e scellerata che provocò a lui e ai suoi sudditi un proverbiale castigo. La loro terra venne invasa da un razza di giganti che fecero scempio dei poveri indios. I giganti vennero infine sterminati da un dio giovane e volante che li fulminò tutti dall'alto con dei getti di fuoco, ma era ormai troppo tardi per Otoya, morto in prigione e per il suo popolo decimato e disperso.

Quitumbe frattanto continuava la sua opera di colonizzazione del territorio giungendo con i suoi fino alle valle del Rímac, nei pressi dell'attuale Lima, dopo aver scoperto e popolato la fertile isola di Puna nei pressi di Tumbez. Preso dai suoi sogni aveva dimenticato la moglie che lo aspettava nel regno del fratello e a cui aveva promesso di ritornare, quando era partito dopo la morte di Tumbe. Costei, Llira, era gravida alla sua partenza e lo attese con fiducia, per dieci anni, dopo aver partorito un figlio a cui pose il nome di Guayanay che significa "rondine". La notizia delle conquiste di Quitumbe giunse infine alla giovane che comprese di essere stata abbandonata. Tramutatosi il suo dolore in odio, Llira cercò il modo di ferire, il più crudelmente possibile, lo sposo infedele. Nella sua ira maturò il disegno di rivolgere la sua vendetta sul figlio comune, immolandolo al suo risentimento e avrebbe dato corso al suo insano proposito se un'aquila non fosse intervenuta a rapire il fanciullo poco prima del sacrificio.

Guayanay venne lasciato dal provvidenziale rapace in un'isola flottante che si spostava sul mare e imparò ben presto a sopravvivere alle avversità della natura. Il racconto prosegue narrando le peripezie del giovane che, dopo qualche anno di solitudine, si arrischiò a guadagnare la terra ferma, ma venne catturato da alcuni indigeni. Venne destinato al sacrificio, ma ancora una volta la sorte gli fu benigna. Una fanciulla del luogo, Cigar, la figlia del capo villaggio si invaghì di lui e lo liberò prendendo la fuga insieme al suo innamorato. Dovettero lottare contro gli inseguitori, ma Gayanay era forte e coraggioso e uccise quattro guerrieri mettendo in fuga gli altri. Infine furono in mare con quattro compagni e raggiunsero l'isola flottante.

Quitumbe, nel frattempo era deceduto, ma prima di morire aveva edificato il santuario di Pachacamac e, benedetto dalla divinità, aveva risalito le Ande e fondato il regno di Quito. Il suo erede Thoma aveva emanato severe leggi contro l'adulterio e a far le spese delle nuove disposizioni era stato proprio uno dei suoi figli che, colto in flagrante, era stato costretto alla fuga assieme ad altri suoi compagni per fuggire alla morte. Inseguiti da presso erano giunti fino al mare e si erano avventurati sulle onde a bordo di una zattera di fortuna. Una tempesta li aveva scaraventati proprio sull'isola di Guayanay e i due gruppi si erano fusi in uno solo. Alla morte di Guayanay, suo figlio Atau si trovava alla testa di un gruppo di più di ottanta uomini e l'isola non era più in grado di sostentare una tale moltitudine. Atau era però avanti negli anni e non si sentì di affrontare i pericoli di un viaggio in terraferma, che ormai si rendeva indispensabile, perciò invitò suo figlio a condurre il gruppo dei sopravviventi alla ricerca di una terra in cui vivere. Il giovane condottiero si chiamava Manco ed era destinato a fondare l'impero degli Inca.

Manco non si fece pregare per lasciare l'isola. La sua nascita era stata accompagnata da fausti presagi e il suo popolo si attendeva di essere guidato da lui verso la prosperità per cui tutti furono lieti di accettare il suo invito a seguirli sulla terraferma. I partenti si divisero in tre gruppi, ognuno su una flottiglia di canoe. Due di questi gruppi si diressero verso Sud e, malgrado avessero convenuto di far avere loro notizie, nessuno seppe più nulla di loro.

L'altro gruppo, con Manco alla testa, stanco delle traversie occorse sul mare, distrusse le canoe e si inerpicò sulle Ande. Dopo un lunghissimo peregrinare raggiunsero il lago Titicacache presero per un altro mare, data la sua grandezza. Altre genti abitavano il luogo e Manco ebbe un'idea. Abbandonati i suoi compagni, si nascose in una caverna raccomandando ai suoi seguaci di sostenere di essere lì per onorare il figlio del Sole, la cui imminente nascita in quei paraggi era stata pronosticata da alcuni oracoli. Pur non comprendendone la ragione i suoi accompagnatori sostennero questa versione quando furono interrogati dai nativi che li guardavano con sospetto. Il sospetto si tramutò in incredulità, quando fu noto il motivo della loro venuta, tuttavia furono lasciati girovagare, seppur guardati a vista.

Quando giunsero nella località di Pacaritambo, da una caverna a tre uscite, videro sorgere un giovane splendente i cui abiti, ricoperti di scaglie d'oro, riflettevano il sole. Era Manco che i suoi fedeli riconobbero immediatamente, ma che intuendo il suo disegno, onorarono come una divinità. Gli indigeni che erano con loro, semplici e ingenui, si unirono alle loro genuflessioni e, in breve, la novella si sparse per tutta la regione. Il dio Sole aveva mandato un figlio sulla terra per governare gli uomini. L'epopea degli Inca era iniziata.

Questo mito è assai suggestivo perché abbraccia tutta la presunta la storia degli Inca dal loro ingresso in Perù fino alla nascita della dinastia che avrebbe dominato l'altipiano andino, tuttavia ha il difetto di essere isolato, anche se la modalità della comparsa di Manco ha riscontri anche in altre leggende. Gli Spagnoli che per primi investigarono sulle origini della stirpe che avevano appena sconfitto riportarono, però, dei racconti più consoni alla dignità del capostipite degli Inca che era raffigurato come un veritiero figlio del Sole, chiamato Inti.

Il più importante di questi miti ci è stato tramandato da Pedro Sarmiento de Gamboa nella sua "Segunda parte de la historia general llamada indica" del 1572 ed è conosciuto generalmente come la "Leggenda dei fratelli Ayar".

Anche in questo caso Manco nasce in Pacaritambo, da una caverna situata nella collina di Tambutoco, ma assieme a lui sorgono altri tre fratelli e quattro sorelle, tutti usciti dalla finestra centrale, mentre da due aperture laterali prendono vita altre persone destinate a costituire il popolo Inca. Il mito prosegue narrando le vicissitudini di queste genti che si spostano per la contrada cercando delle terre fertili. Durante la loro marcia tre dei fratelli abbandonano la compagnia, uno, di nome Ayar Cache, eliminato per la sua ferocia; un altro, Ayar Ucho, trasformato in pietra a scopi magico-religiosi e il quarto, Ayar Auca autoimmolatosi nella conquista della sede del futuro regno, che avrebbe avuto nome Cuzco. Rimasto solo Manco, ormai chiamato Manco Capac, il possente signore incontrastato, accasatosi con una delle sorelle, Mama Ocllo, avrebbe dato origine alla dinastia Inca.

Garcilaso Inca de la Vega presenta una variante di questo mito assai apprezzata per la forma poetica con cui è stata immortalata nei suoi "Commentarios reales". La coppia primordiale è qui unica, costituita da Manco Capac e da Mama Ocllo e sarebbe nata dalla mitica finestra sulla collina di Tambutoco, generata da Inti, il Sole con il compito di cercare il sito più adatto per fondarvi la futura stirpe degli Inca. A questo scopo avrebbe avuto in dono una verga d'oro con cui saggiare il terreno per provarne la fertilità. Dopo vari tentativi e lunghe peregrinazioni i due sposi, fratello-sorella, sarebbero giunti nella zona del Cuzco dove la verga, appena appoggiata a terra sarebbe sprofondata senza sforzo. Rese grazie al divino genitore, Manco Capac e Mama Ocllo, avrebbero costruito un tempio in suo onore e successivamente attorno a questo sacro edificio avrebbero fondato la futura capitale dello stato inca.

Oltre a questi miti ufficiali che celebravano la maestà degli Inca, gli Spagnoli hanno raccolto altre tradizioni meno edificanti che mettevano l'accento piuttosto sull'impostura di Manco Capac, già adombrata nel racconto di Oliva. Secondo queste versioni Manco sarebbe stato il figlio di un capo locale, educato fin dalla fanciullezza a credersi figlio del Sole e avrebbe finito per identificarsi talmente nella parte al punto di dimenticare la sua vera origine. Al momento opportuno, quando cioè sarebbe apparso agli ingenui abitanti dell'altipiano andino, avrebbe impersonato il proprio personaggio con una naturalezza così spontanea da convincere facilmente i suoi futuri sudditi ad accettarlo come sovrano.

Accanto a questo mito, raccolto nelle "Informaciones a Vaca de Castro", esiste anche una variante francamente dispregiativa che sostituisce il genitore di Manco con una fattucchiera di dubbia moralità che lo avrebbe allevato con lo scopo di preparare l'inganno sulla sua nascita aiutandosi con pratiche magiche e ignobili sortilegi. Queste versioni, ovviamente, furono il risultato di racconti attinti presso le etnie nemiche degli Inca e a loro soggette prima dell'arrivo degli Spagnoli. Le riporta, tra gli altri, Felipe Guaman Poma de Ayala nella sua Nueva Corónica y Buen Gobierno.

La comparazione delle ricerche effettuate nei vari campi di indagine non permette di risolvere con certezza il mistero dell'origine degli Inca, tuttavia consente di proporre delle ipotesi ragionevolmente probabili sulla loro appartenenza al ceppo andino, a sua volta derivato da una remota migrazione dal Nord del continente. Il loro linguaggio, probabilmente puquina, è riferito ad un idioma usato in una località sui bordi del lago Titicaca. Tutti i miti che li riguardano hanno in comune l'identificazione del loro luogo di origine in una zona sempre collocata nei pressi di questo lago. La loro presenza nel Cuzco è preceduta da una peregrinazione nella regione, sempre partendo dal grande specchio d'acqua. Infine nella storia degli Inca troviamo innumerevoli riferimenti alla zona del lago ritenuta sacra ed oggetto di pratiche, anche importanti, di devozione.

Per questi motivi, la maggior parte degli investigatori sulle antichità incaiche sono concordi nel ritenere che gli Inca derivano da una particolare etnia andina costretta a lasciare la propria zona d'origine, nei pressi del lago Titicaca, per una qualche calamità naturale o per un'invasione straniera. La ricerca di un nuovo territorio avrebbe richiesto parecchi anni e faticose traversie attraverso scontri con altre tribù ostili ed avrebbe avuto fine soltanto con il loro ingresso nella conca del Cuzco, scarsamente abitata e oggetto di una facile conquista. Solo da quel momento avrebbe avuto inizio la vera storia degli Inca.

Fanno eccezione alcuni studiosi tra cui Louis Baudin (Il Perù degli Inca) e José Imbelloni (La esfinge indiana) che propendono per una origine polinesiana dei peruviani, Inca compresi, ma la loro resta una tesi isolata seppur appoggiata da suggestive argomentazioni.

Sviluppo storico: L'insediamento nel Cuzco

Quale che sia la loro origine, agli albori del XIII secolo gli Inca erano stabilmente stanziati nella valle del Cuzco. Non erano l'unica comunità che abitava la valle, perché dai racconti che ci sono stati tramandati, apprendiamo che dovevano dividere il territorio con altre tribù consanguinee e, probabilmente, con genti autoctone che avevano trovato in sito al loro arrivo. La loro storia, in quei lontani frangenti, non si dovette differenziare di molto da quella abituale delle varie etnie andine, caratterizzata da un rude lavoro agricolo inframmezzato da sporadiche scaramucce per il controllo dei terreni coltivabili.

Un unico fattore li differenziava dalle altre genti: il possesso del tempio che avevano edificato nel Cuzco e che era divenuto il punto di riferimento per le pratiche cultuali di tutta la vallata. Il prestigio degli Inca era legato a quello del loro luogo sacro e dipendeva, ovviamente, da quello dei loro sacerdoti che esercitavano una importante attrazione in tutta la contrada. I capi della etnia Inca non avevano un potere riconosciuto altro che tra la loro gente. Erano dei "Sinchi", ovvero dei capi militari, scelti per l'occasione, in caso di necessità belliche e destinati a lasciare il potere a pacificazione raggiunta. I loro nomi sono significativi. Il successore di Manco Capac si chiamava Sinchi Roca e il capo venuto dopo di lui, Lloque Yupanqui, dove "Lloque"" sta per mancino e "Yupanqui" per memorabile.

Le storie che li riguardano parlano delle loro alleanze con le altre tribù conseguite, secondo la tradizione andina, per mezzo di matrimoni di convenienza. Abitavano nel tempio del Cuzco e il loro potere non era distinto da quello dei sacerdoti. Il fatto che l'edificio del culto fosse collocato nella metà inferiore della città, detta Hurin Cuzco e attribuita a Mama Ocllo lascia pensare a una preponderanza matriarcale rispetto alla metà superiore, Hanan Cuzco, appanaggio di Manco, ma questa teoria deve essere considerata solo tale in mancanza di valide conferme.

Dalla tribù allo Stato

Un cambiamento significativo si manifesta durante il regno del quarto sovrano. La sua figura è sempre mitica, ma il corpo di leggende che lo riguardano, pongono l'accento su una nuova concezione dei rapporti con le etnie confinanti. Già il suo nome, Mayta Capac si riallaccia a quello dell'eroe primordiale Manco, in quanto si appropria dell'epiteto "Capac" che è proprio di un signore assoluto. Gli Inca non avevano l'esclusività di questo titolo che era diffuso sulle Ande e che identificava il capo supremo delle varie etnie, ma il solo fatto di definire il loro supremo rappresentante con questo epiteto, mostra che la loro comunità tendeva ormai a considerarsi una nazione.

Secondo i racconti che lo riguardano Mayta Capac si scontrò con gli Alcabizas, una tribù consanguinea degli Inca che si vantava di discendere da Ayar Uchu un fratello di Manco, come lui nato dalla mitica caverna di Pacaritambo. Non si trattava più di attrarre le altre comunità con la maestà del tempio del Cuzco, quanto piuttosto di dominarle. Questa nuova politica non deve aver incontrato l'appoggio dei sacerdoti che volevano diffondere la loro supremazia grazie soltanto alle pratiche religiose ed infatti sono note le divergenze tra il potere sacerdotale e quello regio che questo sovrano dovette risolvere.

La sua opera avrebbe trovato la sua naturale continuazione sotto il suo successore, Capac Yupanqui, anche lui un "Capac" e anche lui in contrasto con i sacerdoti. Sotto la sua guida gli Inca avrebbero consolidato la politica egemonica che doveva distinguerli confederando tutte le tribù vicine in una alleanza di cui si riservavano la conduzione. Era questa una novità assoluta per l'altipiano andino e sarebbe stata la base di partenza per l'ulteriore salto di qualità rappresentato della costituzione di un impero.

Dallo Stato all'impero

Il superamento del potere sacerdotale a vantaggio di quello regio non poteva risolversi pacificamente ed infatti assistiamo ad un'epoca di torbidi. Il regno di Capac Yupanqui finì tragicamente e il suo successore non parve intenzionato a scontrarsi con i ministri del culto. Il suo nome era quello di Inca Roca e segnava una innovazione notevole nella gerarchia del Cuzco. Per la prima volta, un sovrano, non si rifaceva alla maestà di un "Capac", ma si fregiava del titolo di Inca, rivendicando orgogliosamente la sua differenza rispetto agli altri capi del territorio. Inoltre apparteneva alla metà Hanan Cuzco e avrebbe fissato la sua reggia nella parte superiore della città, abbandonando il tempio che era stata la dimora dei suoi predecessori.

Da allora il potere regio e quello sacerdotale risultarono definitivamente distinti anche se la supremazia dell'uno sull'altro restava da essere determinata. Comunque Inca Roca seguì la politica di Capac Yupanqui nei riguardi delle altre etnie ampliando considerevolmente la supremazia del Cuzco grazie a delle guerre vittoriose.

Il castello politico costruito da questo sovrano sembrò però sul punto di crollare quando il nuovo sovrano Yahuar Huacac venne assassinato e la confederazione tanto faticosamente costruita si sfasciò precipitando il paese nell'anarchia. Sembrava la fine dell'egemonia degli Inca, ma un nuovo sovrano seppe risuscitare la scomparsa alleanza ristrutturando la rete di alleanze provvisoriamente compromessa. Si trattava di Viracocha Inca, l'ultimo campione della confederazione Inca. Questo sovrano manifestò una notevole capacità organizzativa, ampliando considerevolmente i suoi domini, ma non si dimostrò all'altezza dei suoi compiti, quando si presentò un pericolo esterno particolarmente angoscioso per la sopravvivenza stessa dello Stato Inca.

Si trattava dello scontro con un'altra confederazione, quella dei Chanca, che si era ritagliato un potere simile a quello degli Inca a Nord del Cuzco. Il confronto era per la vita e avrebbe determinato il possesso dell'intera regione, ma l'ormai anziano monarca non si sentiva in grado di combattere e fu un altro a raccogliere la sfida. Si trattava di Inca Yupanqui, uno dei figli di Viracocha che sarebbe stato conosciuto col titolo di Pachacutec, il riformatore del mondo. Pachacutec ebbe il merito, non solo di sconfiggere i Chanca, intorno al 1400, ma soprattutto di comprendere che le limitate strutture confederative dello Stato Inca non si prestavano più alla posizione politica che si era determinata.

Sotto la sua guida, lo Stato Inca si trasformò in un impero conglobando tutte le etnie che ne facevano o che ne avrebbero fatto parte. La perdita della sovranità delle varie nazioni venne mitigata con un riconoscimento sostanziale delle diversità religiose e delle consuetudini locali, ma ogni velleità di indipendenza venne inesorabilmente schiacciata.

In pochi anni il territorio delle Ande divenne soggetto interamente alla legge del Cuzco e gli Inca si trasformarono in una classe dominante tesa però a fondere la massa dei loro sudditi in un unico popolo di cui, loro, erano, nello stesso tempo, i dominatori e i garanti dell'equilibrio socio politico. I suoi successori, Tupac Yupanqui e Huayna Capac continuarono la sua opera, portando i confini dell'impero dall'Ecuador al Cile e soprattutto consolidando la nuova struttura della società secondo i canoni previsti dal suo fondatore.

testo tratto da www.wikipedia.it

Conosci il Perù - Culture - GLI INCAS: i dominatori delle Ande - Foto 1
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