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''Viaggiare non significa solamente uscire dai propri confini, ma entrare con rispetto in quelli altrui''
 
Culture GLI INCAS: società, politica, amministrazione e arte
 

La società

La società inca, nella fase imperiale, era suddivisa in classi sociali distinte e determinate. All'apice della costruzione piramidale risiedeva l'Inca supremo, garante del legame con le forze celesti che presiedevano alla continuità dell'impero. Seguivano i sacerdoti che erano visti come gli interpreti del volere delle divinità. Gli altri componenti della classe dominante, genericamente appellati "Inca", i nobili o i signori, erano proposti alla conduzione delle strutture imperiali. I "curaca", i capi delle etnie conquistate, mantenuti nel loro potere, erano i responsabili del potere esecutivo nelle singole province. Il popolo, infine, in cui si raggruppava la massa complessiva dei sudditi, forniva la necessaria manodopera per la sopravvivenza dell'intero sistema. In epoca tarda si manifestò la nascita di una classe ulteriore: quella degli yanacona, i servi particolari dei signori, a metà strada tra la condizione di servitù e quella di inservienti, anche di alto livello.

Il sovrano

L'Inca supremo, detto Qhapaq inca, ovvero signore assoluto, godeva di altri appellativi. I suoi sudditi erano soliti rivolgersi a lui chiamandolo Sapa Inca, unico signore, ma anche "Intip Churin", figlio del Sole o "Guaccha Cconcha", protettore dei poveri.

Il suo potere era assoluto e godeva di prerogative che rispecchiavano la sua presunta origine divina. Il cerimoniale che regolava la sua esistenza era improntato alla più elevata munificenza. Abitava in un palazzo appositamente costruito per il nuovo sovrano ad ogni successione al regno, mentre le dimore dei suoi predecessori restavano appanaggio delle loro famiglie. I suoi abiti, tessuti con le lane più fini, venivano cambiati ogni giorno e i suoi cibi sofisticati e variegati venivano preparati da una legione di cuochi. Usava vasellame d'oro ed era servito da uno stuolo di concubine scelte tra le fanciulle più avvenenti e più nobili dell'impero. Si spostava soltanto su ricche lettighe accompagnato da una guardia del corpo costituita dai nobili più prestanti. Le sue insegne erano costituite dalla "mascapaicha" una fascia che gli cingeva la fronte, sormontata dal llautu, una frangia di cordoncini rossi, circondati d'oro, che pendevano sulla fronte e il suo capo era ornato da tre piume nere dell'uccello sacro Curiquingue che solo lui poteva portare. Le sue armi erano costituite da una alabarda, solitamente d'oro e da uno scudo con le sue insegne personali.

Il sovrano Inca, per preservare la purezza della stirpe, era solito sposare la propria sorella, almeno negli ultimi anni dell'impero, tuttavia altre consorti succedanee erano scelte nelle più nobili famiglie per garantirgli degli eredi. La successione al regno era vissuta come una vicenda traumatica che, sovente, cagionava delle sommosse anche sanguinose. I figli di un sovrano inca erano infatti assai numerosi e godevano tutti, tranne quelli nati dalle concubine, delle prerogative del sangue paterno, differenziandosi invece per la parentela materna. La nobiltà della madre divenne quindi un fattore determinante tanto da potersi parlare di una discendenza matrilineare. La scelta dell'erede privilegiava di solito la prole della consorte ufficiale, ma l'inettitudine di un pretendente lo faceva scartare dalla successione, per cui le famiglie delle spose principali erano solite tessere trame e congiure per far eleggere un proprio congiunto.

Per ovviare a questa pericolosa congiuntura i sovrani inca presero l'abitudine di associare al regno il figlio più meritevole al fine di saggiarne le capacità, salvo a rilevarlo dall'incarico in caso di manifesta inettitudine. Ciò malgrado l'occasione della successione di un monarca segnò sempre, nell'impero, un momento di tensione gravida di gravi conseguenze politiche e sociali, costituendo la più importante manifestazione di instabilità delle istituzioni incaiche.

I ministri del culto

Il corpo sacerdotale, diretto da un sommo sacerdote, detto Villac Umu, rivestì sempre, nell'impero incaico una funzione importante, in alcuni casi anche in aperta contrapposizione al potere regale. Non tutti i sacerdoti godevano peraltro dello stesso prestigio. Esisteva una stretta gerarchia tra gli officianti del culto legata alle varie divinità a cui erano preposti. I principali corpi sacerdotali erano quelli di Inti, il dio Sole e quelli del dio Viracocha, ma anche quelli devoti a "Illapa", il dio del tuono e del fulmine e alla huaca di Huanacauri godevano di una considerazione elevata.

Tutti costoro erano destinatari dei proventi delle terre attribuite agli dei e coltivate dalle varie comunità. Solitamente la vastità degli appezzamenti era inferiore a quelli dell'Inca o del popolo, ma erano tuttavia sufficienti per garantire al corpo sacerdotale una condizione di relativa agiatezza.

Seguivano poi una serie di officianti minori divisi per varie caratteristiche. Tra costoro possiamo annoverare i celebranti dei sacrifici e gli indovini, divisi tra quelli che pronosticavano l'avvenire consultando le viscere delle vittime e quelli che esercitavano le loro pratiche divinatorie interrogando le huaca o interpretando altre manifestazioni naturali. Nell'ultimo stadio si collocavano i praticanti di magia naturale che compivano vari sortilegi assai diffusi tra il popolo minuto.

L'élite

Gli Inca costituivano una vera e propria casta all'interno dell'impero con caratteristiche di esclusività e di preminenza nei riguardi dei sudditi comuni. I suoi componenti appartenevano allepanaca, le famiglie create da ciascuno dei sovrani che si erano succeduti sul trono, undici all'epoca di Huayna Capac, oppure ad altre cinque schiatte di altrettanto nobili natali, pure esse denominate panaca. Completavano la schiera degli appartenenti alla classe nobile i componenti dei dieci Ayllos custodi, una sorta di allargata guardia del corpo del sovrano con compiti di salvaguardia della sicurezza del regno.

L'appartenenza a questa ristretta élite era determinata da vincoli di consanguineità e nessuno poteva accedervi se non per diritto di nascita. Facevano eccezione i cosiddetti "inca per privilegio", una limitata categoria di individui comuni che si erano distinti per eccezionali meriti militari e che venivano accolti nella schiera della nobiltà in considerazione delle qualità dimostrate in battaglia.

Il diritto di nascita era un requisito essenziale per l'accesso alla condizione di "Inca", ma di per se non garantiva, in modo assoluto, l'accettazione dei singoli individui. I giovani aspiranti, dopo lunghi studi nelle più diverse discipline, dovevano infatti sottoporsi ad un duro tirocinio e, al culmine di difficili prove, anche cruente, ricevevano, in caso di successo il beneplacito del monarca. Questa sorta di iniziazione, detta huarachico, terminava con una solenne cerimonia che prevedeva la foratura dei lobi auricolari e l'introduzione al loro interno di quei dischi d'oro che erano l'insegna della casta e che avrebbero procurato agli Inca l'appellativo di "orejones" da parte degli Spagnoli. Da quel momento il nuovo inca entrava a far parte della nobiltà e poteva impiegarsi in uno dei numerosi compiti che comportava la sua raggiunta condizione.

La vita dei nobili inca non era di tutto respiro. La guerra li impegnava in modo preponderante, ma dovevano anche sobbarcarsi tutte le pratiche amministrative che reggevano la complessa macchina statale e provvedere alla conduzione dello Stato. Poiché erano gli unici a conseguire le necessarie conoscenze tecniche e giuridiche, dovevano anche sopportare l'onere di amministrare la giustizia e di pianificare gli immensi lavori architettonici ed agricoli che hanno caratterizzato la civiltà inca. La vita di un nobile inca era intensa e laboriosa. Era allietata dalle feste grandiose a cui era ammesso, ma era anche piena di responsabilità. Tuttavia ai suoi occhi, proprio per la consapevolezza di partecipare alla realizzazione di un grande impero che trascendeva il singolo individuo, era un'esitenza degna di essere vissuta.

La nobiltà locale: i curaca

Gli Inca erano soliti conservare le gerarchie dei territori conquistati quando l'ingresso nell'impero avveniva pacificamente. In caso, invece, di occupazione a seguito di resistenze armate, i promotori dell'opposizione alle armate imperiali erano, di norma, sostituiti con personaggi favorevoli al potere imperiale.

Ai capi dei territori annessi, chiamati "curaca", erano lasciate tutte le prerogative di cui godevano prima dell'arrivo degli Inca, solo era pretesa, da loro, una completa sottomissione alle istituzioni incaiche. Di fatto conservavano intatta l'autorità nei confronti dei loro amministrati, ma dovevano rendere conto del proprio operato alla corte del Cuzco. I loro figli erano tradotti nella capitale, ufficialmente per frequentare le scuole dell'impero, ma anche per svolgervi la funzione di ostaggi, a garanzia della fedeltà dei loro padri. La permanenza al Cuzco degli eredi dei capi locali permetteva altresì di educarli al rispetto delle istituzioni dell'impero e di prepararli alla funzione di futuri responsabili delle varie province alla morte dei loro genitori.

La successione dei "curaca" avveniva solitamente per via patrilineare, privilegiando di norma il figlio maggiore, ma le usanze locali erano rispettate e, in alcune contrade, in specie in quelle della costa del Pacifico, si osservava il passaggio dei poteri in via matrilineare. Il candidato prescelto era tuttavia soggetto all'approvazione dell'Inca supremo e in caso di manifesta incapacità era immediatamente sostituito con un congiunto ritenuto più idoneo. I capi delle regioni più importanti erano trattati in maniera consona al loro rango e la corretta amministrazione dei territori loro affidata era premiata con munificenza. Ricevevano onori e privilegi e, spesso, potevano accasarsi con una nobile del Cuzco che, in alcuni limitati casi, poteva essere addirittura una principessa imperiale.

In cambio offrivano le loro figlie o congiunte all'harem del sovrano, allacciando così dei legami parentali che legavano reciprocamente, Inca e curaca con un vincolo di consanguineità.

Il popolo

L'unità di parentela basilare della struttura sociale andina era l'ayllo, un vocabolo quechua riferito ad una sorta di famiglia allargata, estesa a tutti i discendenti di un avo ancestrale comune, che vedeva partecipare i suoi membri al diritto collettivo delle terre assegnate.

Tra i componenti dell'ayllo esisteva una solidarietà assoluta. I compiti individuali erano ripartiti tra i suoi membri in caso di impedimento di uno o più individui, sia in caso di assenza per operazioni di guerra, sia in caso di malattia o decesso del singolo. L'ayllo riceveva in dotazione una porzione di terra e la coltivava a beneficio di tutte le singole famiglie che partecipavano alla sua composizione e rispondeva collettivamente del comportamento dei suoi elementi. Al suo interno i singoli si organizzavano in famiglie tradizionali, ma conservavano tuttavia il legame comune.

L'attività dell'indigeno comune era prevalentemmente agricola e consisteva nella coltivazione delle terre dell'ayllo e di quelle assegnate agli Inca e al culto. Esistevano peraltro altri compiti imposti alle comunità, consistenti nella manutenzione delle strade del loro territorio e dei ponti che permettevano di attraversare i numerosi fiumi impetuosi. Le varie contrade dovevano poi fornire, un caso di necessità, gli effettivi per gli eserciti in guerra e provvedere al corpo di staffette, dette chasqui, che consentivano di mantenere le comunicazioni. In alcuni casi si osservava una specializzazione dei compiti e così, nelle terre rivierasche l'attività principale era quella della pesca e, in alcune regioni montane, quella della pastorizia. Le donne ricevevano dal potere centrale la lana necessaria alla filatura e tessevano gli abiti per i membri dell'élite, riservandone una parte per i propri congiunti.

In alcuni casi eccezionali le varie comunità dovevano anche fornire la manodopera necessaria per lavori straordinari. Era questo il caso della costruzione di imponenti fortezze o quello dei ciclopici lavori di terrazzamento e di irrigazione che hanno caratterizzato il territorio andino nell'epoca dell'impero degli Inca.

La vita delle comunità andine era comunque serena e si svolgeva, di norma, sotto l'auspicio di una relativa tranquillità promossa dalla politica paternalistica degli Inca che si faceva un vanto nell'aver bandito la povertà e l'insicurezza dai territori posti sotto il proprio dominio.

I servi (Yanacuna)

Durante il regno di Tupac Yupanqui si sviluppò una nuova classe di sudditi dell'impero. Si trattava degli "yana", "yanacuna" al purale secondo le regole della lingua quechua, una categoria di individui difficilmente catalogabile per le sue caratteristiche che stavano a metà tra quelle proprie degli schiavi e quelle dei servi. La loro nascita ha un riferimento storico. Le cronache dell'epoca narrano che, a causa di una congiura, molti avversari del sovrano erano stati condannati a morte, ma che l'intervento della regina avrebbe ottenuto di commutare la sentenza nella perdita di ogni diritto civile, relegandoli alla perenne condizione di servi.

Gli yanacuna erano svincolati dalle incombenze dei sudditi communi e rispondevano soltanto ai loro signori. Col tempo la loro classe si accrebbe notevolmente e acquisì una importanza notevole, guadagnandosi la fiducia dei rispettivi domini e giungendo a ricoprire compiti elevati fino a ottenere, in alcuni casi, la nomina a "curaca". Erano principalmente addetti alla cura della casa del monarca o dei signori più importanti, ma i più capaci erano incaricati di compiti amministrativi di carattere generale e sovraintendevano alla corretta esecuzione delle funzioni cultuali.

Questa categoria non dimostrò, all'atto della Conquista, un particolare attaccamento agli antichi signori. I suoi membri si schierarono, quasi senza eccezione, agli ordini degli Spagnoli e, in molti casi, furono i promotori o addirittura gli artefici di numerose vessazioni nei confronti dell'élite decaduta. Abituati da sempre a esercitare le loro funzioni in nome di un'autorità distinta dalla loro, semplicemente cambiarono padrone e cercarono di mantenere le loro prerogative servendosi del potere della nuova classe dominante degli europei.

Le popolazioni trasferite (Mitmaq)

Gli Inca, per superare le ostilità che, talvolta, si frapponevano alla loro politica di integrazione nell'impero di tutte le popolazioni conquistate si servirono di una particolare istituzione, quella della deportazione di particolari gruppi sociali. Le categorie di individui trasferiti erano chiamate "mitmaq" in quechua, tradotto con "mitimae" dagli Spagnoli.

Le caratteristiche di questi trasferimenti forzati era molteplici. Potevano riguardare alcune etnie che si dimostravano particolarmente ostili all'assimilazione nell'impero e, in questo caso, intere tribù erano obbligate a cambiare di sede, nella consapevolezza che sradicate dalle regioni originarie e tradotte in altri territori, in mezzo a comunità fedeli, avrebbero perso ogni velleità di ribellione.

In altri casi erano invece delle comunità di provata fedeltà che venivano trapiantate in mezzo a tribù ribelli per fornire col loro esempio e con la loro sorveglianza un aiuto allo Stato nella conseguente pacificazione. In ipotesi di difficoltà di assimilazione più pronunciate, si operava un interscambio e gruppi fedeli cambiavano la loro sede con tribù apparentemente ostili per raddoppiare i vantaggi di queste operazioni.

In ogni caso i trasferimenti avvenivano nel rispetto delle abitudini climatiche e le popolazioni della costa venivano inviate in altri territori rivieraschi, mentre quelle dei paesi montani rimanevano nell'ambito andino. Le popolazioni trasferite dovevano mantenere le loro caratteristiche, anche nei costumi e non potevano mutuare quelle delle popolazioni dei territori di destinazione. Potevano portare con se i riferimenti sacri dei territori di origine, sotto forma di huaca, e potevano conservare la religione avita, ma, in nessun caso, sotto pena di morte, potevano far ritorno ai paesi di origine.

L'elemento femminile

Il ruolo delle donne, nella società inca, era generalmente subordinato alla componente maschile, ma questa collocazione contemplava numerose eccezioni. Già dall'esame dei miti delle origini e in particolare di quello degli Ayar, appare evidente il ruolo magico-religioso interpretato da Mama Huaco che manifesta, altresì, indubitabili connotati di natura guerriera. È lei che sconfigge il nemico con uno stratagemma di natura magica che ne accentua la ferocia ed è sempre lei che invia, con un pretesto, il fratello Ayar Cachi, divenuto scomodo, a reinserrarsi per sempre nella caverna da cui era sorto. La caratteristica guerriera di alcune donne era tipica della società aymara, ma non era estranea alle genti del Cuzco e ne abbiamo la riprova nelle leggende riferite a Pachacutec che citano un'eroina, Chañan Curi Coca come importante protagonista della vittoria sui Chanca.

Un'altra caratteristica attribuita alla componente femminile della società che traspare dai miti più antichi è quella della partecipazione attiva all'esercizio del potere sacerdotale. Nella divisione del Cuzco originario, l'eroe primordiale, Manco, attribuisce alla sorella Mama Ocllo la parte inferiore in cui si trova il tempio del Sole, appena fondato e in cui risiederanno, da allora in poi, sia i sacerdoti sia i futuri sovrani. D'altra parte all'elemento femminile è riservato il culto di Mama Quilla, la Luna, considerata la sposa sorella di Inti, il Sole e importante punto di riferimento della religione incaica.

Il ruolo sacrale della donna andina non poteva non trovare riscontro nella manifestazione più importante della gerarchia sociale, quella della sovranità. Accanto al monarca, il Qhapaq Inca, siede la Coya, la regina, che è la sua controparte agli occhi dei sudditi. Il matrimonio ufficiale del sovrano veniva celebrato all'atto della sua incoronazione e ne era condizione essenziale. L'impero degli inca non poteva concepire un sovrano senza consorte, così come non si poteva concepire il cielo senza la terra o il Sole senza la Luna.

La scelta della Coya era assai elaborata e coinvolgeva tutte le famiglie più importanti del Cuzco. Dal tempo di Tupac Yupanqui, forse anche per evitare ogni rivalità, il sovrano contrasse matrimonio con una propria sorella instaurando una sorta di incesto regale vietato al resto dei sudditi. Presso i suoi predecessori veniva invece scelta una sorella soltanto per parte di padre o una nobile appartenente ad una delle famiglie più insigni. Le funzioni della Coya erano assai elaborate. Innanzitutto ella godeva della maestà propria del suo consorte e viveva con la stessa magnificenza. Aveva un seguito numeroso di fanciulle nobili e si spostava soltanto in lettiga. Presenziava alle funzioni religiose e riceveva l'omaggio di tutti i suoi sudditi, anche dei più nobili. Accanto a queste prerogative ufficiali svolgeva altri compiti di natura politica, forse meno evidenti, ma non meno importanti. Scorrendo le antiche cronache spagnole troviamo numerosi esempi della sua attività intesa a consigliare o a coadiuvare il consorte nella conduzione del regno. Durante le numerose assenze del sovrano, perennemente impegnato in campagne militari, sovraintendeva spesso alla conduzione del Cuzco esercitando una funzione di controllo. Alla morte del monarca era, di fatto, impegnata in una sorta di lotta sotterranea, in difesa del diritto di un figlio alla successione al trono e, di norma, in queste occasioni, riceveva l'appoggio della famiglia di origine.

Le altre nobili, dette Palla esercitavano, seppur in tono minore, le stesse prerogative presso le loro famiglie, ma, molte di loro, erano scelte come mogli succedanee dall'Inca supremo e in questo caso godevano di privilegi quasi uguali a quelli della Coya, soprattutto se avevano partorito dei figli di sangue reale. Le figlie del sovrano, le principesse reali, chiamate Ñusta, erano destinate a contrarre matrimonio con i personaggi più importanti dell'impero, ma una di esse era prescelta per divenire Coya, sposando il fratello erede al trono che, peraltro, poteva eleggerne anche altre a mogli succedanee.

Il rispetto che gli Inca manifestarono per le tradizioni delle genti conquistate, li portarono ad accettare, nelle regioni costiere, l'esistenza di donne "curaca", simbolo evidente di un precedente matriarcato. Francisco Pizarro, nella sua prima spedizione in Perù ebbe modo di conoscere, a Sud di Tumbez, una di queste dame che lo ricevette con tutti gli onori, manifestando, con ogni evidenza, la maestà di cui era investita.

La famiglia, tranne che nelle classi nobili, era strettamente monogamica e le donne comuni, una volta contratto matrimonio, si prodigavano per tutta la vita ad aiutare gli uomini nella coltivazione dei campi, a custodire gli animali, a tessere abiti e, soprattutto, ad allevare numerosi figli.

Una particolare istituzione incaica sottraeva però alcune di loro a questa esistenza ordinaria, collocandole in apposite comunità conosciute come quelle delle "vergini del Sole". I cronisti spagnoli hanno raggruppato in questa unica definizione tutte le donne che hanno trovato in speciali monasteri, appositamente costruiti per loro, ma, in realtà, esistevano all'interno di queste confraternite delle specifiche gerarchie. Le "vergini del Sole" propriamente dette erano in numero limitato e si occupavano esclusivamente del servizio dei templi e del culto delle divinità. Accanto a loro esiteva un altro corpo di donne, scelte per la loro avvenenza, educate per divenire concubine dell'Inca o per essere concesse ai nobili o ai "curaca" più meritevoli. Le altre, la maggior parte, erano impiegate per servire le prescelte e per tessere abiti per l'Inca o per la sua Corte e per preparare la Chicha, la bevanda fermentata, a base di granturco che fungeva da liquore e da offerta per le divinità.

Le donne, selezionate nelle varie contrade, rimanevano per alcuni anni in questi conventi e poi, potevano fare ritorno, colme di onori, ai paesi di origine e sposarsi, tranne le vere "vergini del Sole" che si consacravano alla divinità per il resto della vita. Tutte dovevano praticare la più assoluta castità ed ogni abuso era punito con la morte. Anche le donne nobili del Cuzco frequentavano questi conventi, ma per un periodo determinato e al solo scopo di ricevere una educazione adeguata. Osservavano le regole della casa, ma erano esonerate dai lavori più umili.

La giustizia

In una società di tipo dualistico la giustizia non poteva che essere differentemente amministrata a seconda delle classi. Gli Inca, in effetti, applicavano delle pene differenti a seconda che i colpevoli appartenessero al popolo comune o all'élite.

Il castigo per i nobili era volto a colpirli, per quanto possibile, nella dignità e nell'orgoglio, mentre l'indigeno comune doveva sottoporsi a delle punizioni corporali. Guaman Poma de Ayala nella sua opera Buen gobierno ha meticolosamente trascritto le varie ipotesi di correzione.

Per la classe nobile, a seconda del delitto era prevista la pena di morte per decapitazione, la detenzione in carcere, anche a vita, la destituzione e l'espulsione dalla casta, la confisca dei beni, il taglio dei capelli e la reprimenda pubblica.

I membri del popolo, poco sensibili a correzioni solo psicologiche, venivano sottoposti a punizioni materiali. La morte era di uso comune per i reati più gravi, mentre le colpe minori erano punite con l'invio alle piantagioni di coca, la bastonatura e la frusta.

Alcuni delitti prevedevano delle punizioni particolari. Per i casi di adulterio era prevista la lapidazione. In caso di inosservanza del voto di castità, le vergini del Sole erano sepolte vive e i loro parteners impiccati. I traditori venivano uccisi e, per maggior spregio, con le loro pelli venivano confezionati dei tamburi e con i loro crani dei boccali, a perenne ricordo della loro infamia.

Per alcuni crimini particolarmente gravi, commessi contro la sovranità dell'Inca o la sacralità delle divinità, veniva punita tutta la famiglia del malfattore, nello spirito di responsabilità solidale che reggeva l'ayllo.

Esisteva anche una forma di ordalia, solitamente riservata ai prigionieri di guerra o ai rei non confessi. I malcapitati erano rinchiusi in un tenebroso carcere ricolmo di animali feroci e di serpenti velenosi e, se sopravvivevano per due giorni, venivano lasciati liberi.

L'esercizio della giustizia non era appanaggio di una classe particolare ed erano i funzionari amministrativi ad incaricarsi della sua gestione, salvo i casi di violazione di usanze regionali o di delitti minori che erano lasciati alla giurisdizione dei "Curaca". Il Consiglio dell'Inca si arrogava invece il giudizio dei crimini più gravi, commessi da un membro dell'élite, quando si riteneva che fosse in gioco la sicurezza dello Stato.

La procedura di giudizio era quantomai rapida e semplificata. I giudici ascoltavano l'interessato, gli accusatori e gli eventuali testimoni e dovevano emettere la sentenza entro cinque giorni. In caso di ritardo soggiacevano alle stesse sanzioni previste per il reo.

L'amministrazione

L'amministrazione di un impero vasto come quello inca non fu un fatto compiuto, ma si sviluppò di pari passo con la crescita dei territori amministrati. Inizialmente, quando lo Stato era limitato a poche leghe intorno al Cuzco, furono sufficienti pochi capaci funzionari per regolare la vita delle comunità, ma quando le etnie assimilate diventarono numerose, si rese necessario espandere anche le strutture addette al loro controllo e alla loro direzione. La caratteristica principale che regolava i rapporti tra il potere centrale e le regioni periferiche era quello della ridistribuzione e della reciprocità che tanto avrebbe impressionato i conquistatori Spagnoli. Si trattava di un interscambio di beni che si svolgeva a vantaggio di tutta la società. Prima della conquista degli Inca, le varie comunità vivevano in una sorta di autarchia che non consentiva uno sviluppo omogeneo. Alcune tribù producevano, ad esempio, mais in eccesso, ma mancavano di lana per i propri abiti e viceversa. Gli Inca regolarono il problema attraverso una saggia ridistribuzione, provvedendo cioè a ritirare i prodotti superflui e a fornire a tutti i loro sudditi i beni necessari ad una serena esistenza. Gli indigeni consegnavano i loro prodotti o fornivano la loro forza lavoro e in cambio ricevevano assistenza e godevano di migliorie nelle tecniche di coltivazione

Il sistema amministrativo degli Inca, al momento del loro massimo sviluppo, venne perciò improntato ad una economia generalizzata, necessariamente complessa. Il fulcro della struttura era rappresentato dal "curaca", il capo locale che era, nello stesso tempo, il sorvegliante dei suoi sudditi e l'intemediario con la direzione del Cuzco. Godeva di un sistema di reciprocità personalizzato, grazie alla parentela tramite matrimonio che contraeva con l'Inca, a cui concedeva le figlie e da cui riceveva delle nobili in sposa, ma la sua non era una posizione di comando assoluto.

Sopra di lui stava un corpo di funzionari che controllava il suo operato e che non esitava a chiederne la destituzione in caso di manifesta incapacità. Il "curaca" doveva garantire il lavoro dei suoi amministrati e provvedere a diverse incombenze nel suo territorio che andavano dalla manutenzione delle strade alla fornitura di uomini per gli eserciti e per le opere straordinarie dell'impero.

I funzionari regi dovevano sorvegliare tutto l'impero che, all'uopo era suddiviso amministrativamente in quantità di sudditi raggruppati in gruppi di cento, mille e diecimila famiglie. Ogni gruppo aveva un suo referente che ovviamente era di grado più elevato quanto più il numero era maggiore. L'amore degli Inca per la statistica li portò inoltre a suddividere il loro popolo in classi di età, dieci per gli uomini e dieci per le donne, ognuna incaricata di compiti particolari, determinati dalla loro forza fisica.

Su tutto il sistema vegliava un corpo di ispettori, i temuti "Tucuiricuc" che riferivano personalmente all'Inca o ai suoi incaricati. L'Inca supremo, infine, controllava tutta la complessa macchina burocratica avvalendosi di un Consiglio particolare composto dai rappresentanti di ciascuna delle parti dell'impero, dall'erede e dal sommo sacerdote, ma la cui composizione variava a seconda dell'epoca.

L'organizzazione amministrativa, pur elaborata e articolata, era quanto mai rapida ed efficace e, soprattutto, non era minimamente affetta dalla paralisi e dalla corrutela, i mali che affliggono di solito, la burocrazia.

I tributi

La caratteristica fondamentale della società inca, almeno per quanto riguarda la contribuzione alle risorse dello Stato, era quella della solidarietà. La lingua quechua possiede tre vocaboli distinti per elencare questa particolarità. "Ayni" definisce l'apporto del singolo alla propria famiglia allargata, l'ayllo. Si trattava di una sorta di obbligazione dovuta alla parentela, in particolari occasioni, come, ad esempio, quella della costruzione della casa di una singola famiglia che veniva eretta con l'aiuto di più membri. Un altro termine, "minka" definiva invece l'apporto dei membri di più ayllo alla edificazione di un'opera di beneficio comune per tutta la comunità. Era questo il caso della costruzione di depositi comuni o della gettata di strade o di ponti distrettuali. Esisteva poi una terza categoria di opere solidali, quella chiamata "Mitta" o "Mita" che si riferiva ad una vera e propria forma di lavoro collettivo prestata in favore dello Stato.

La "Mita" costituiva l'unica forma di tributo conosciuta all'epoca degli Inca. In una società che non conosceva la moneta e nella quale la proprietà individuale era assai limitata, la forza lavoro era, infatti, il vero ed unico supporto dell'economia dello Stato.

La "Mita" poteva estrinsecarsi con diverse modalità. Una delle sue principali caratteristiche era quella della coltivazione delle terre attribuite all'Inca o per lui all'élite e di quelle del Sole, ovvero del potere sacerdotale. L'estensione delle varie proprietà non era necessariamente omogenea e comunque le comunità godevano sempre di terreni sufficienti alla loro sussistenza. All'atto della conquista di un territorio, il potere centrale provvedeva a censire le terre acquisite e riservava allo Stato e al culto quanto sembrava superfluo. In molti casi i terreni sottratti alla comunità erano quelli aridi ed incolti che l'introduzione di successive tecniche evolute avrebbero resi fertili.

In ogni caso i prodotti destinati allo Stato o al Clero non venivano necessariamente utilizzati, ma ove fossero risultati esorbitanti per il fabbisogno dell'élite o dei sacerdoti, il surplus veniva immagazzinato e utilizzato per i fabbisogni delle varie comunità. In annate di raccolti particolarmente infelici, questi depositi avrebbero preservato, più di una volta, le comunità andine da quelle ricorrenti carestie che, prima dell'arrivo degli Inca, avevano caratterizzato l'altopiano peruviano e questa politica sarebbe stata uno dei principali motivi dell'accettazione favorevole delle leggi del Cuzco.

Oltre alla coltivazione delle terre dello Stato e del Clero, le comunità erano spesso chiamate a fornire la necessaria manodopera per la partecipazione a opere collettive di vasto disegno. Si trattava delle ciclopiche costruzioni di fortezze o di templi che hanno caratterizzato l'architettura incaica e che solo con un vasto impiego di più partecipanti si potevano conseguire. Altre volte si trattava di tracciare una rete di canali o di terrazzamenti che avrebbero consentito la progressione delle terre coltivabili nell'ostile ambiente andino, oppure di costruire delle strade o dei ponti che avrebbero permesso di far transitare gli eserciti e di unire tra loro le varie contrade dell'impero, attraverso l'utilizzo di una particolare rete di staffette dette "chasqui".

L'importanza della manodopera per l'apparato statale inca è resa evidente dalle leggi che garantivano la prosperità e lo sviluppo delle varie comunità. Il celibato, per esempio, non era ammesso e i funzionari regi procedevano periodicamente ad unire in matrimonio coloro che, pur avendo raggiunto l'età prevista, non avevano ancora provveduto di loro iniziativa a scegliersi il partner adatto.

In ogni caso l'indiano comune aveva la percezione di dedicare il suo lavoro a qualche cosa di armonico che trascendeva la sua singola persona e che comunque lo avrebbe ricompensato delle sue fatiche. Egli vedeva lo Stato come un organismo che rifletteva l'armonia della natura e che riproduceva, nell'universo terreno, le regole che sovraintendevano alle strutture di quello divino. In questo contesto la evidente condizione favorevole dei membri dell'élite non suscitava in lui un sentimento di invidia perché riconosceva la necessità di una differente posizione sociale determinata dalle diverse responsabilità.

Le discipline militari

In una società animata da un imperialismo divorante come quella Inca era inevitabile che le attività militari rappresentassero l'occupazione più importante dei membri della classe nobile. All'inizio della loro espansione gli Inca combatterono personalmente, in file serrate, durante le numerose guerre che li videro protagonisti, ma dopo la formazione dell'impero costituirono piuttosto i quadri dirigenti delle formazioni fornite dalle varie etnie assimilate. Ciò non ostante, in particolari occasioni, si schierarono ancora in schiere d'élite per fronteggiare l'avversario. Durante la guerra civile tra Huascar ed Atahuallpa, un battaglione di giovani, intieramente composto da nobili Inca, venne gettato nella mischia, contro le truppe di Quizquiz, per dare tempo al proprio sovrano di approntare le difese necessarie e con il suo eroismo obbligò gli eserciti di Quito a marcare il passo per almeno un mese. Nella prassi corrente la funzione degli Inca era però quella di esercitare il comando delle numerose masse di armati che, di volta in volta, erano chiamate a partecipare alle campagne di conquista.

L'esercito

Il fulcro delle armate imperiali era rappresentato dall'esercito. Si trattava di una massa composita divisa per etnie e comandata ciascuna dai propri capi, ma coordinata dallo stato maggiore degli Inca e, in casi particolari, diretta dall'Inca supremo in persona. Ogni schiera conservava i propri colori e si adornava degli usuali emblemi di guerra dando all'insieme una immagine pittoresca e variegata che, data la moltitudine delle unità impiegate, impressionava qualunque avversario.

L'esercito osservava una stretta disciplina e, durante la marcia, ogni sopruso nei confronti delle popolazioni era, solitamente, punito con la morte. L'apporto logistico era curato in maniera particolare e la sussistenza era facilitata dai numerosi depositi di viveri ed armi che gli Inca avevano dislocato lungo le strade che attraversavano il loro impero. La leva era indetta tribù per tribù, ma raramente interessava simultaneamente tutte le contrade essendo, di solito, sufficienti le forze inviate da alcune delle etnie assimilate.

Gli Inca temevano, comunque, la ribellione, sempre latente, delle regioni recentemente conquistate e una particolare cautela era osservata nei riguardi di alcune tribù particolarmente turbolente. In caso di sollevazione, anche solo temuta, una inesorabile decimazione colpiva le formazioni sospette come fu il caso, ad esempio, dei Chanca che dopo la loro sconfitta avevano accettato il dominio del Cuzco, ma che davano segni di insofferenza, mostrando un eccessivo orgoglio per alcune vittorie conseguite. Il loro comportamento era seguito con particolare attenzione e bastò una loro minima manifestazione di presunzione per decretarne l'annientamento. La drastica misura non giunse comunque ad effetto perché i Chanca, avvertiti da una concubina del generale Inca dell'incombente massacro, fuggirono di notte verso la selva e, da allora, nessuno ne seppe più nulla. A pagare per loro restò il comandante in capo degli Inca che, per la sua inettitudine, venne prontamente giustiziato.

La disciplina che vigeva nelle formazioni militari era applicata con estremo rigore nei riguardi degli appartenenti alla classe degli Inca, in generale, e dei responsabili di grado elevato in particolare. L'obbedienza più assoluta ai propri superiori era la regola generale e ogni abuso era represso severamente, spesso con la pena capitale. Non veniva tollerata la minima inefficienza e la codardia era particolarmente punita, tanto che chi si fosse macchiato anche solo di scarsa belligeranza era destinato a una sicura condanna oltre che all'esecrazione generale.

La concentrazione nei luoghi dei conflitti di forze, reclutate nelle varie parti dell'impero, permise quindi agli Inca di affrontare l'avversario con una superiorità numerica rilevante. Le truppe del Cuzco, operando fuori dai loro confini, non avevano inoltre alcuno degli impedimenti psicologici che angosciavano i loro nemici che vedevano, durante lo svolgersi delle operazioni, i loro villaggi sul punto di essere devastati e distrutti.

Ciò non ostante gli Inca furono assai cauti nello svolgere le loro campagne. Anzitutto consideravano i territori da conquistare come loro futuri domini e si astennero, per quanto possibile, dall'arrecare danni irreparabili. Poiché le popolazioni, in un regime di tributi costituiti dalla sola manodopera, rappresentavano la vera ricchezza, cercarono sempre di procedere alla loro conquista con il minimo spargimento di sangue.

Erano soliti, una volta schierato l'esercito, offrire la pacifica accoglienza nell'impero alle popolazioni prese di mira, garantendo il rispetto delle usanze locali e quello delle loro divinità. I loro ambasciatori magnificavano le condizioni di benessere che godevano le regioni soggette agli Inca e rappresentavano i loro signori come i figli del Sole preposti alla conduzione del genere umano. Queste promesse e, ancor più, le velate minacce rappresentate dagli eserciti, inducevano la maggior parte delle etnie ad accettare la sovranità delle genti del Cuzco.

Non sempre però le tribù particolarmente fiere si piegavano senza combattere ed allora gli Inca intervenivano con tutto il peso delle armi. I loro disciplinati eserciti avevano facilmente ragione di rozzi avversari, ma talvolta questi, sfruttando la conformazione selvaggia del loro paese o asserragliandosi in munite fortezze, riuscivano ad opporre una fiera resistenza. Gli Inca, in questi casi, dimostravano la loro superiore capacità strategica. Il possente regno dei Chimù venne ad esempio debellato con la minaccia di distruggere la rete di canali che ne garantiva la ricchezza. I Carangue, al tempo di Huayna Capac, furono indotti ad abbandonare la loro fortezza da una fuga simulata dello stesso sovrano che si finse in rotta, mentre altre due armate, che avevano aggirato la posizione, prendevano alle spalle gli ingenui indigeni, usciti incautamente all'inseguimento.

Salvo i casi di resistenze particolarmente accanite, i vinti erano trattati con moderazione. I capi ribelli erano eliminati e sostituiti con soggetti più duttili, ma la popolazione veniva risparmiata ed accolta nell'impero in cui finiva per integrarsi. Se poi la resistenza fosse continuata, gli Inca intervenivano con la tecnica delle "Mitimae", ossia trasferendo in sito delle popolazioni di provata fedeltà e deportando, in alcuni casi, quelle ostili in altre parti del loro vasto Stato.

Le strutture viarie

Le strade

Tra le menifestazioni di elevata civiltà che hanno caratterizzato la civiltà inca, quella che più di ogni altra dimostra la grandezza dei suoi artefici è, senza alcun dubbio, la rete stradale che hanno saputo costruire per unire, tra loro, le sparse regioni del loro vasto impero. Gli Spagnoli che, per primi, hanno scoperto e utilizzato le numerose strade degli inca, non hanno esitato a paragonarle a quelle che costituivano il vanto dell'antica Roma.

In effetti gli Inca, come già i Romani, avevano compreso l'importanza di collegamenti rapidi ed efficaci per sostenere l'unità e la sicurezza di un impero e si erano dotati delle necessarie strutture viarie, prima di loro limitate e scarsamente efficaci.

La rete viaria degli Inca si estendeva dai loro confini a Nord di Quito, nell'odierno Ecuador fino a raggiungere le lontane terre delCile che rappresentavano l'estremo limite dell'impero a Sud. Era costituita da due itinerari principali, uno montano e l'altro costiero. Quello montano si sviluppava nell'altipiano andino, solcando fiumi impetuosi e superando passi elevati. Quello costiero seguiva invece, per quanto possibile, il bordo del mare e doveva confrontarsi, talvolta, con deserti aridi e infuocati. Le due principali arterie erano collegate, tra loro, da percorsi minori che permettevano di passare da una via all'altra.

Le strade erano tracciate con estrema perizia e soggette ad una manutenzione accurata e continua. In mancanza di animali da tiro e conseguenti carriaggi, il fondo non necessitava di una solidità importante, tuttavia era costruito nel disegno di una lunga durata. Nei passi andini il cammino era fornito di parapetti e, nei terreni acquitrinosi un provvidenziale terrapiento permetteva di procedere con la necessaria sicurezza. Ad intervalli regolari sorgevano delle stazioni di sosta che permettevano il riposo dei viaggiatori e, nei terreni aridi ed assolati, dei filari di alberi consentivano una salubre ombreggiatura.

I sentieri di raccordo tra le due arterie principali erano necessariamente scoscesi perché dovevano inerpicarsi dal mare al pianoro delle Ande, superando delle creste imponenti. Nei punti particolarmente ripidi venivano intagliati dei gradini nella viva roccia, tuttavia il procedere su questi cammini era spesso oggetto di vertigini per i viaggiatori non abituati alle grandi altezze e alle vie esposte su burroni paurosi.

Lungo queste strade procedevano gli eserciti, in caso di guerra e carovane di lama e di portatori indigeni per i necessari e quasi quotidiani approvvigionamenti. Dei depositi di viveri ed armi erano stanziati nelle località più importanti, per servire di supporto alle truppe o di riserva per le popolazioni locali in caso di carestia o di calamità.

I sovrani Inca si facevano un dovere di provvedere alla costruzione di sempre nuove strade e non era raro che diverse arterie, costruite da sovrani differenti, avessero un percorso alternativo verso il medesimo obiettivo. La costruzione di nuove vie era spesso patrocintata dal potere centrale attraverso l'impiego della "mita" dei sudditi, ma la manutenzione delle varie strade era demandata alla responsabilità delle singole comunità, ognuna per il territorio di propria appartenenza.

I ponti

Le particolari condizioni geografiche del territorio andino obbligarono gli Inca a confrontarsi con il problema dell'attraversamento di numerosi fiumi particolarmente impetuosi. L'arco era sconosciuto e comunque sarebbe stato di scarsa utilità dove le campate erano troppo ampie per consentire una costruzione muraria. Gli ingegneri inca risolsero il problema con la tecnica dei ponti sospesi che è in uso ancora oggi seppur con l'utilizzo di catene. Il materiale era fornito dalle fibre di agave che, una volta arrotolate a mano, consentivano di costruire delle funi robuste e durature. Le funi, una volta intrecciate venivano fatte passare da una sponda all'altra ed erano utilizzate per sostenere altre corde più piccole che reggevano delle passerelle di legno o di canapa intrecciata.

Con questo sistema vennero superati degli strapiombi notevoli come quello sul fiume Apurimac, "il gran parlatore" in quechua, che divide il Cuzco dal Nord dell'impero con una gola profondissima, aspra e selvaggia, scavata tra due pareti di arenaria. Cieza de Leon, che lo utilizzò personalmente, parla di una lunghezza di ottantacinque metri, ma la sua è un'esagerazione perché a metà dell'Ottocento l'archeologo Squier procedette alla misurazione del ponte ed ottenne una lunghezza di quarantasei metri e una altezza sulle acque di trentacinque.

Si tratta di misure comunque notevoli e ancor più notevole è il fatto che il ponte fosse ancora in piedi a quell'epoca. Le funi di portata avevano una circonferenza pari a quella della vita di un uomo e poggiavano su basi di pietra.

Su queste tremolanti passerelle, che oscillavano ad ogni folata di vento, si arrischiarono, all'epoca della Conquista, anche gli Spagnoli con tanto di cavalli e i ponti inca ressero tranquillamente allo sforzo, ben superiore a quello previsto dai loro costruttori.

La manutenzione dei ponti era eseguita dalle popolazioni delle contrade più prossime che provvedevano alle riparazioni spicciole e alla sostituzione delle funi ogni due anni. In alcune località, ove i fiumi scorrevano in aperta pianura e non esistevano pareti di sostegno, gli Inca adoperarono dei ponti di zattere galleggianti stabilmente ancorate alle sponde. Anche in questi casi la manutenzione dei manufatti era demandata alle popolazioni locali.

I corrieri

La imponente rete stradale che collegava, tra loro, le varie regioni dell'impero inca, aveva reso possibile la creazione di un sistema di comunicazioni particolarmente efficace.

Si trattava di una sorta di corrieri scelti tra i giovani più veloci delle varie contrade. Lungo le strade andine sorgevano delle particolari costruzioni per ospitarli, svolgendo la funzione di vere stazioni di posta. Erano situate ad intervalli appositamente studiati per dividere lo spazio in uguali misure temporali e così, in presenza di salite o di altre asperità erano più vicine l'una all'altra di quelle poste in pianura. Le staffette umane, dette Chaski (o chasqui) percorrevano la frazione di strada loro attribuita alla massima velocità possibile per portare dei messaggi o dei piccoli oggetti. Quando era vicino alla stazione successiva il chaski avvisava della sua presenza con il suono di una particolare conchiglia e, a questo richiamo, un altro giovane gli si portava incontro. I due corrieri percorrevano insieme un tratto di cammino per permettere al portatore dei messaggi di passare le consegne, quindi la corsa continuava fino al nuovo cambio e così ininterrottamente fino a destinazione.

Era tale la velocità di questi corrieri che, ogni giorno, del pesce fresco, appena pescato, era inviato dal Pacifico al Cuzco per la tavola del sovrano e vi perveniva in ottimo stato di conservazione. I chaski portavano, solitamente, dei quipu in cui erano registrati i messaggi che dovevano consegnare, ma con ogni probabilità imparavano anche, a memoria, alcune parole chiave che ne permettevano la decifrazione.

Questo sistema non era stato inventato dagli Inca, ma aveva una lunga tradizione nel continente sudamericano. Nelle tombe Mochica, eredità di una civiltà preincaica estintasi intorno al VII secolo, sono state, in effetti, trovate diverse raffigurazioni di corrieri dell'epoca che si differenziavano da quelli inca solo per la natura dei messaggi. I mochica non conoscevano i quipu, ma usavano dei fagioli colorati, con dei punti incisi, per trasmettere le loro informazioni.

La navigazione costiera

Nella Biblioteca nazionale di Vienna esiste un manoscritto conosciuto come "Codex Vindobonensis S.N. 1600". In esso è compresa una relazione degli esordi della Conquista del Perù, nota come la "Rélacion Sámano-Xerex". Sámano è il nome del suo curatore e Xerex è quello del suo presunto autore, chiamato anche Francisco de Jerez. Oggi i critici sono unanimi nell'attribuirla a Bartolomé Ruiz, il pilota diFrancisco Pizarro che, per primo, incontrò alcuni sudditi dell'impero inca.

L'incontro avvenne in mare, mentre Ruiz costeggiava le sponde dell'odierno Ecuador alla ricerca di una testimonianza di civiltà. Improvvisamente il vascello spagnolo si trovò di fronte ad una grande zattera. L'imbarcazione indigena aveva a bordo una ventina di uomini, alcuni dei quali si gettarono a nuoto per sfuggire alla cattura. L'esperto pilota stimò che la zattera avesse una stazza di almeno trenta tonnellate. Era costituita da una struttura piana fatta di canne, a guisa di pali, legate tra loro con robuste canape. Aveva un ponte superiore, pure di canne legate, che permetteva ai suoi occupanti di stare sollevati dall'acqua. Era sospinta da vele di cotone sorrette da alberi e pennoni di legno. A bordo era colma di mercanzia di ogni tipo che serviva come base di scambio per ottenere dalle popolazioni costiere delle speciali conchiglie sia bianche, sia del colore del corallo di cui la zattera era ricolma.

Si trattava di una delle balse costruite dagli Inca per commerciare con le tribù rivierasche delle regioni sprovviste di strade. Le conchiglie, che ne costituivano il carico, il cui nome scientifico è Spondylus, un genere di molluschi bivalvi, erano assai ricercate dagli Inca perché utilizzate, in qualità di offerte sacrali, per la celebrazione di speciali riti eseguiti nel Cuzco e nei principali santuari dell'impero. Gli Inca erano una popolazione montana, ma avevano sviluppato questo genere di trasporto marittimo servendosi delle capacità marinare di alcune popolazioni conquistate. In altre occasioni non avevano esitato a spingersi per mare. Sarmiento de Gamboa ha raccolto una narrazione secondo la quale l'Inca Tupac Yupanqui avrebbe visitato delle isole lontane e Huayna Capac, con un esercito di balse aveva conquistato l'isola di Puná, fieramente difesa dai suoi irriducibili abitanti. Comunque la navigazione costiera ebbe, presso l'impero inca, uno sviluppo assai limitato come, del resto, per tutte le popolazioni dell'antico Perù.

Arte

Gli Inca furono una società conquistatrice e la loro politica assimilazionistica è evidente nel loro stile artistico, che utilizza modi e forme delle culture assoggettate, fondendoli insieme per creare uno stile standard facilmente riproducibile e di rapida diffusione attraverso tutto l'Impero. Le semplici e astratte forme geometriche e le rappresentazioni fortemente stilizzate di animali nelle ceramiche, nelle sculture di legno, erano tutte proprie della cultura inca. I motivi non erano così legati al passato come nelle civiltà precedenti.

Architettura

L'architettura fu di gran lunga la più importante arte inca tanto che il vasellame e i tessuti ne riproducevano spesso motivi.

I templi di pietra costruiti dagli Inca usavano un processo di costruzione “a secco” utilizzato per la prima volta su larga scala dai Tiwanaku. Gli Inca importarono i lavoratori di pietre dalla regione di Cusco quando conquistarono le terre a Sud del Lago Titicaca abitate dai Tiwanaku. Le rocce usate per le costruzioni erano lavorate per incastrarsi insieme perfettamente sovrapponendo ripetutamente una pietra sull'altra e scavando alcune parti della pietra inferiore, sopra la quale veniva compressa la polvere. Il forte incastro e la concavità delle rocce più basse rendevano le costruzioni straordinariamente stabili anche nei frequenti terremoti che colpiscono l'area. Gli Inca costruivano muri dritti eccetto che nelle località religiose più importanti e realizzavano intere città in una sola volta.

Gli Inca riproducevano anche nelle sculture la natura che li circondava. Si potrebbe facilmente pensare che le rocce lungo le strade Inca siano completamente naturali, tranne se si guardano nel periodo giusto dell'anno, quando il sole proietta un'ombra sorprendente, che tradisce le loro forme artificiali.

Terrazzamento e irrigazione

Per trarre il massimo dalla loro terra, gli Inca realizzavano sofisticati sistemi di terrazzamento del suolo e avanzati impianti di irrigazione. La tecnica del terrazzamento consentiva di aumentare la superficie coltivabile e contribuiva a contrastare l'erosione del terreno provocata dall'azione dei venti e delle piogge.

Questa tecnica dell'agricoltura a terrazze era stata appresa dagli Inca dalla precedente civiltà Huari; gli Inca, però, non utilizzavano il terrazzamento solo per la produzione di cibo. Presso i “tambo” (edifici utilizzati come punti di sosta e di ristoro), come ad esempio ad Ollantaytambo, le terrazze erano coltivate con fiori, fatto straordinario per quella terra arida.

Le terrazze della città di Moray vennero lasciate senza irrigazione in un'area deserta e sembrano essere state solamente decorative. I troni provinciali inca erano spesso scolpiti in speroni di roccia naturali, e c'erano circa 360 sorgenti naturali nella zona intorno a Cuzco, come quello del tambo Machay. Presso il tambo Machay la roccia naturale era scolpita ed erano state aggiunte decorazioni di pietra, che creavano cavità e dirigevano l'acqua verso le fontane. Queste sculture pseudo-naturali avevano la funzione di mostrare sia il rispetto degli Inca per la natura e il loro dominio su di essa.

Le città

Le popolazioni della regione andina abitavano sugli altopiani oppure lungo la costa e costruivano le loro città assecondando la forma naturale del territorio e utilizzando i materiali presenti sul posto. Le città erano spesso circondate da ciclopiche mura. Gli edifici sugli altopiani solitamente avevano il tetto spiovente di paglia e le pareti in muratura, mentre quelli sulla costa avevano le pareti costruite in adobe (mattoni crudi di argilla essiccati al sole), intonacate di fango e dipinte, con il tetto piatto.

Le città degli altopiani, inoltre, a differenza di quelle sulle coste, dovevano fare i conti con le asperità del terreno, come ad esempio nel caso di Machu Picchu. Questa città, situata in posizione strategica sui confini dell'Impero Inca è costituita da circa 143 edifici di granito, di cui circa 80 erano case, mentre gli altri erano templi dedicati al culto. Gli Inca avevano perfezionato delle tecniche molto sofisticate per la lavorazione della pietra: riuscivano infatti a tagliare enormi mattoni usando semplicemente un martello di pietra e della sabbia umida per levigarli. I mattoni così realizzati aderivano con tanta precisione l'uno all'altro che non c'era bisogno della malta per legarli.

La capitale dell'Impero, Cuzco, sorgeva nel cuore delle Ande, ed era suddivisa in settori delimitati da strette strade lastricate, disposte in modo da riprodurre i quattro quarti dell'Impero Inca (o Tawantinsuyu). Era molto ricca di templi, palazzi e piazze cerimoniali. La zona centrale era riservata ai sovrani e ai nobili: i loro palazzi spesso erano provvisti di vasche di pietra interrate, in cui i re e i potenti potevano fare il bagno e rilassarsi. L'acqua giungeva alle vasche attraverso dei canali di pietra. Intorno alle città spesso venivano costruiti dei magazzini in cui gli Inca conservavano ogni genere di merce. A questi edifici potevano accedere solamente i funzionari statali in periodi di crisi o di assedio. I magazzini erano sempre forniti di armi, tessuti, lana, patate, mais.

Abiti

Gli abiti erano divisi in tre classi. Il tipo awaska veniva utilizzato in ambito domestico e presentava una tessitura di circa 120 fili per pollice.

Abiti di miglior fattura venivano chiamati qunpi ed erano di due tipi. Il primo, indossato dagli uominiqunpikamayuq (portatori di buoni vestiti), era raccolto come tributo in tutto l'Impero ed era usato come moneta di scambio, per adornare i governanti, come regalo ai politici alleati e per cementare la lealtà. L'altro tipo di qunpi era di qualità ancora migliore: era tessuto dalle aqlla (ragazze vergini del tempio del dio sole) e utilizzato solamente per usi reali e religiosi. Aveva una tessitura di 600 fili per pollice, livello mai raggiunto in altre parti del mondo fino alla Rivoluzione Industriale nel XIX secolo.

Oltre alla tunica, le persone importanti indossavano un llawt'u, una serie di corde avvolte intorno alla testa. Per mostrare a tutti la sua importanza, l'Inca Atahualpa commissionò un llawt'u tessuto con i peli di un pipistrello. Il capo di ogni ayllu, o famiglia estesa, aveva il proprio copricapo.

Nelle regioni conquistate, gli abiti tradizionali continuavano ad essere tessuti ma i tessitori migliori, come quelli di Chan Chan, venivano trasferiti a Cuzco e tenuti là per tessere i qunpi.

La foggia degli abiti variava a seconda del sesso. Gli uomini calzavano dei corti pantaloni, detti "huara", talvolta sostituiti da una fascia coprisesso avvolta intorno alla cintura e indossavano una camicia, solitamente bianca, senza maniche (uncu). Completava il loro abbigliamento una mantella di lana marrone portata sulle spalle e annodata sul petto (yacolla). Le donne vestivano una lunga tunica (anacu) aperta su un lato e stretta in vita da una cintura. Il loro mantello era grigio e veniva fissato sul petto con una grossa spilla (lliclla). Entrambi calzavano dei sandali di cuoio di lama (usuta), allacciati al piede con un cordone di lana di vivaci colori. Questo valeva per le classi popolari, ma anche gli abiti degli Inca avevano la stessa fattura, salvo essere confezionati con le lane migliori. Facevano eccezione le vesti del sovrano e quelle dei sacerdoti che avevano caratteristiche particolari.

L'uso della gioielleria non era uniforme attraverso l'impero. Gli artisti Chimú, per esempio, continuarono a portare gli orecchini anche dopo la loro integrazione nell'Impero inca, mentre in molte altre regioni potevano farlo solo i capi locali.

La scrittura

Gli Inca non conoscevano la scrittura, almeno nella forma con cui noi la intendiamo, tuttavia avevano escogitato altri metodi per registrare dati e per rappresentare in forma convenzionale le informazioni ritenute interessanti.

Lo strumento più usato era il quipu, costituito da una corda principale da cui pendevano una quantità di funicelle minori. Le funicelle secondarie avevano differenti colori e, su ciascuna di esse comparivano diversi nodi. Il tipo di colore, la natura dei nodi e la loro posizione rappresentavano informazioni differenziate che un lettore esperto di quipu era in grado di interpretare. Tutti gli studiosi moderni sono concordi nel ritenere che, tramite i quipu, gli Inca erano in grado di annotare dati statistici con una meticolosità impressionante. Vi è discordanza, invece, sulla tesi, seguita da alcuni, secondo la quale i quipu permettevano di esprimere anche concetti astratti e di registrare avvenimenti storici. Sappiamo con certezza che numerosi funzionari spagnoli sono stati testimoni di resoconti narrati da anziani indigeni sulla base della lettura dei loro quipu, ma si obbietta che le cordicelle annodate, in questi casi, potrebbero essere state utilizzate solo come supporto mnemonico.

Accanto al quipu, nelle raffigurazioni dell'epoca, troviamo spesso la yupana che si presenta come una sorta di pallottoliere. La yupana classica era costituita da venti caselle su cui erano distribuiti dei semi o delle pietruzze. Gli indiani più abili, semplicemente spostando i semi, riuscivano a compiere dei calcoli anche molto complicati che lasciavano esterrefatti gli osservatori spagnoli, regolarmente superati in destrezza e rapidità.

Un altro aspetto particolare della civiltà inca ha interessato i ricercatori moderni nella ricerca di una forma di scrittura sui generisimpiantata nell'Alto Perù. Si tratta dei tocapu, gli arazzi incaici, spesso di variopinti colori, decorati con motivi a scacchi comprensivi di figure geometriche. L'originalità di queste figure e la ripetitività dei segni rappresentati ha suggerito l'idea che si trattasse di una sorta di concetti espressi con quel metodo particolare. In effetti tutte le rappresentazioni di Qhapaq Inca vedono raffigurati i vari sovrani con qualcuno di questi tocapu, ognono con i propri disegni particolari. Questa osservazione ha suggerito che si trattasse di una sorta di linguaggio araldico,

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